RSS

l’Antico Natale…

Alla fine del III° secolo della nostra era si celebrava il 25 dicembre una festa istituita da Aureliano, che fu imperatore dal 270 al 285 D.C., il “dies natalis Solis Invicti”, il Natale del Sole Invitto, ovvero la rinascita sull’orizzonte del nuovo sole che era simbolicamente morto al solstizio d’inverno, cioè era giunto al punto più basso dell’orizzonte, ma che già il 25 era risalito percettibilmente sull’orizzonte, cioè era “rinato” e diventava “invincibile” (invictus) sulle tenebre nelle quali era parso sprofondare poco prima. Ma la festa ha origini molto più antiche.

Fin dai tempi più remoti infatti si conoscono tradizioni collegate alla rinascita del sole che, dopo essere apparso nei giorni precedenti nel punto del massimo declino, nella sua fase più debole per luce e calore, dal 22 al 24 dicembre sembra fermarsi in cielo (solstitiu(m) significa sole fermo) per riprendere subito dopo il suo cammino verso l’alto, ogni giorno di più, fino al solstizio d’estate dove invece si verifica il fenomeno inverso .

Questo fenomeno sicuramente era rimasto impresso nella mente dell’uomo fin dalle epoche preistoriche, quando la diminuzione di luce e calore avrà fatto temere lo spegnersi della stella che assicurava la vita sulla terra e che poi, in quasi tutte le religioni antiche, fu personificata in un dio. Di qui i festeggiamenti per il suo risorgere. E come non vedere qui l’origine delle tante leggende di dei morti e risorti, a cominciare da Osiride.

Già mille e più anni prima dell’ apparizione della cometa (in realtà, secondo la teoria oggi storicamente più accreditata, non si trattò di una cometa, ma della congiunzione triplice tra Giove e Saturno nel 7 a.c. o della supernova del 4 a.c. nella costellazione di Cassiopea) gli uomini celebravano la mezzanotte del 25 dicembre come un momento misterioso, santo, pieno di significazioni e ricco di fascino e di speranze.

Tracce di celebrazioni “natalizie” legate a queste vicende cosmiche, alla nascita cioè dell’anno nuovo, si trovano intorno alla data del 25 dicembre presso le primitive religioni persiane, fenice,siriane, peruviane, messicane, indù.

Nella Persia antica il solstizio invernale era celebrato cantando l’inno che narrava la nascita del mondo.
In Alessandria d’Egitto esso ebbe la sua più completa espressione, prima dell’era cristiana, nella grande festa del Natale di Horus. Le statue della dea madre Iside, col piccolo in grembo o attaccato al seno (prefigurazione delle statue della Madonna che allatta il sacro Bambino), venivano portate in processione di notte verso i campi al lume delle torce. E la folla rivolgeva all’immagine una serie di invocazioni, le cosiddette “litanie di Iside” che, nella versione greca, sembrano concordare perfettamente con le successive litanie della Madonna.

I Germani identificavano il periodo che andava da 12 giorni circa prima del solstizio d’inverno al solstizio stesso, che rappresenta la rinascita della vita, con la festa di Yule, la loro festa principale collegata al culto di Odino.

Per i Celti il Solstizio d’Inverno cadeva tra la lunazione di Dumannios (“Tempo delle Profonde Tenebre”) e Riuros (“Tempo del Freddo”) e le forze legate al ghiaccio e al gelo venivano considerate come generatrici di vita. La morte aveva la funzione di equilibratrice naturale, equilibratrice indispensabile per il ritorno della vita.

In Roma pagana lo stesso significato avevano le feste d’inverno che si celebravano due o tre secoli prima della nascita di Cristo, note con il nome di Saturnali o feste di Saturno.
I Saturnali romani avevano inizio il giorno 19 dicembre e di prolungavano fino al successivo 25.
Erano feste di gioia, di rinnovamento, di speranza per il futuro e in tale occasione si rinnovavano i contratti agrari.
Nel corso dell’ultimo cinquantennio precedente la nascita di Cristo a Roma fu introdotto, portato probabilmente dalle legioni reclutate in Siria e dagli schiavi orientali, il culto solare di Mithra.

MITHRA era il dio (“persiano” in seguito) nominato fra gli dei di Stato dall’ impero mesopotamico dei Mitanni. Era identificato col Sole (figlio del Sole e Sole egli stesso) già nel 1400 a.C. Lo si festeggiava proprio il 25 Dicembre, appena dopo il solstizio d’inverno, quando l’astro fulgente, dopo il massimo declino, aveva da poco ripreso la sua ascesa celeste. Il sacro giorno della [ri]nascita del Dio Sole aveva valore magico, propiziatorio e simbolico, poiché la Stella Invitta rappresentava la luce da contrapporre alle tenebre delle lunghe notti invernali.

Componenti essenziali della religione di Mithra erano la salute dell’anima e l’immortalità. Il culto conosceva un battesimo e una specie di pasto sacro, consistente in pane, acqua e vino, a ricordo dell’ultimo pasto di Mithra, che, dopo averlo consumato come atto sacrificale, salì al cielo portato dal carro del Sole per unirsi al Sole stesso.

In Egitto, a Heliopolis, negli stessi anni intorno al 1400 a.C., tra il 24 e il 25 del mese di dicembre (o meglio del mese corrispondente al nostro dicembre) si celebrava la festa del Sole, che era la festa (astronomica) solstiziale e, nello stesso tempo, nella simbologia sacerdotale, la festa di Ra (poi Aton), figlio del dio supremo: anche lui figlio del Sole e Sole egli stesso.

Il Cristianesimo è riuscito a trasferire a sé tali pratiche religiose, modificando la “nascita del sole” con la “nascita di Cristo”, e la “luce solare” con la “luce divina del Figlio di Dio”. Il sincretismo si compì lentamente, finché la notte tra il 24 e il 25 dicembre, cioè la “nox postsolstiziale” che coincideva con l’occasione in cui ormai da secoli si festeggiava una luminosa genesi astrale, divenne anche la notte della nascita di Cristo. Insomma tra il IV° e il V° secolo la Chiesa romana, preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mithraismo, che con la sua morale e spiritualità, non dissimile dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del vangelo, pensò di celebrare nello stesso giorno del Natale del Sole (Sole Invictus) il Natale del Cristo, come vero Sole.

In realtà la data della nascita di Cristo è sconosciuta. Non se ne conosce esattamente l’anno, anche se sulla base di avvenimenti storicamente accertati (censimento indetto dall’imperatore Augusto nel 4 a.c., data della morte di Re Erode che si attesta nel 4 a.c.) si ipotizza che possa essere avvenuta in un lasso di tempo che va dal 4 a.c. al 7 a.c., tanto meno se ne conosce il mese. Neppure i Vangeli lo segnalano con precisione, ma Luca allude a circostanze che fanno pensare ad un periodo diverso da quello invernale (le greggi erano al pascolo intorno alla grotta della natività e questo non poteva avvenire d’inverno, perché i pastori ebrei partivano per i pascoli con la prima luna piena di primavera, tornando in autunno) e comunque solo nel IV° secolo si consolida la tradizione di festeggiare la Natività il 25 dicembre, mentre fino ad allora si era festeggiata in diverse date, il 28 marzo, il 18 aprile o il 29 maggio, più accettabili storicamente.

Il 25 dicembre è dunque una data convenzionale, scelta in ragione di passaggi ciclici stagionali e frutto d’un processo sincretico.

E questa sovrapposizione operata dal Cristianesimo sulle tradizioni popolari preesistenti non riguardò solo il Natale, ma anche altre ricorrenze pagane. Per fare pochi esempi: la festa di San Giorgio ha rimpiazzato l’antichissima festività della “Parilia”; i festeggiamenti di San Giovanni Battista hanno sostituito la festa dell’acqua, che era celebrata a mezz’estate; la festività dell’Assunzione della Vergine ha preso il posto delle celebrazioni di Diana; Samhain è diventata la festa di Ognissanti e via di seguito.

Anche al giorno del riposo settimanale (primo giorno della settimana – festa di stato introdotta da Costantino nel 321) che si chiamava “giorno del sole” (dies solis) fu cambiato il nome in Domenica= giorno del Signore. Ma nei paesi anglosassoni rimase il nome che Wulfrida l’ariano (creatore della lingua tedesca) aveva introdotto e mutuato dal latino: in inglese infatti rimase Sun-day e in tedesco Son-tag.

Ma ritornando al Natale, se è vero che discende da antiche cerimonie dedicate al Dio Sole, non deve stupire che, nonostante siano trascorsi molti secoli, gli antichi significati siano sopravvissuti. Infatti il fuoco, un elioemblema universale, è l’elemento fondamentale di numerosi rituali natalizi europei ed extraeuropei. A Natale – come per tutte le feste intorno alla fine dell’anno, Santa Lucia , San Nicola , Sant’Antonio, Capodanno, Epifania – ancora oggi si usa fare fuochi, falò e fiaccolate. Il mito racconta che Mithra stringeva sempre in mano una torcia, che rappresentava la luce e il calore che egli effondeva sul mondo. E il Bambin Gesù ha la testa circondata di raggi solari.

E’ da queste origini che risale la tradizione del ceppo natalizio, ceppo che doveva essere preferibilmente di quercia, un legno propiziatorio, e doveva bruciare nelle case per 12 giorni consecutivi: da come bruciava si presagiva come sarebbe stato l’anno futuro. Il ceppo natalizio ai nostri giorni si è trasformato nelle luci e nelle candele che addobbano case, alberi e strade.

Nelle tradizioni e ritualità della festa del Sole troviamo anche molte altre cose in comune con il cristianesimo che certamente quest’ultimo mutuò dalle prime.

Ma non solo. I collegamenti tra Cristianesimo e precedenti culti pagani vanno ben oltre. Basti pensare al battesimo e al pasto sacro dopo aver consumato il quale MITHRA salì al cielo col carro del Sole, ma anche al banco di pietra davanti l’abside, all’altare dove veniva esposto il disco solare, all’ascesa al cielo per gli eletti. Poi c’era l’atto delle mani giunte che nel Parsismo (Zoroastrismo) era in uso nell’invocare i supremi spiriti dello Spenta Mainyu (o Amesha Spenta), i santi immortali che circondano il dio buono e supremo, creatore e giudice del mondo, che servono umilmente per guidare le anime. Infine altri oggetti e comportamenti: la stola, il copricapo dei vescovi (si chiama ancora mitra), le vesti, i colori, l’uso dell’incenso, l’aspersorio, i lumi accesi davanti all’altare, le genuflessioni, e infine la stessa architettura delle basiliche, non ultimo l’oggetto più rappresentativo che domina il rito cristiano: l’ostensorio in cui si pone l’ostia consacrata per esporla all’adorazione dei fedeli e che è un disco da cui di dipartono dei raggi. Peraltro, contrariamente a quello che si pensa, l’ostensorio della liturgia cristiana non prese il nome dall’ostia, ma accadde il contrario. Il termine esisteva un millennio prima di Cristo: “ostiare” corrispondeva a un etimo egizio (che si traslò anche nel latino) che significava mostrare, fare vedere, cioè mostrare il disco solare ai fedeli, ma anche mostrare la vittima del sacrificio. La liturgia cristiana conservò anche l’abbassamento del capo, perché nei primi riti di Aton all’aperto, non era una proibizione guardare il sole, ma era solo un accorgimento, perché fissando il sole si rischia di perdere la vista. Nei successivi riti trasferiti all’interno dei templi i sacerdoti di Aton ricorsero a un disco d’oro con i raggi attorno, appunto l’ostensorio, elevato in alto (elevazione), ma l’abitudine di chinare il capo rimase, e fu poi successivamente, insieme all’oggetto, traslato anche nel rito cristiano.

Un papa, san Leone Magno (nel 460 d.C.), sconsolato, dopo che erano passati quasi centotrenta anni dal bando del culto solare da parte di Costantino (pur essendo lui – fino alla morte – un cultore del Sole), scriveva: “..E’ così tanto stimata questa religione del Sole che alcuni cristiani prima di entrare nella basilica di San Pietro apostolo, dedicata all’unico Dio, vivo e vero, dopo aver salito la scalinata che porta all’atrio superiore, si volgono verso il Sole e piegando la testa si inchinano in onore dell’astro fulgente…” Per sradicare questi ultimi residui delle religioni solari occorse quasi un millennio. Risolse il problema un monaco, un dottore della Chiesa, san Bernardino da Siena (1380-1440). Al centro dell’altare, invece del disco in oro luccicante, mise una teca con dentro il simbolo dell’eucaristia, il pane.

L’ostia consacrata risale invece alla fine del XV° sec, mentre la forma dell’ostia fu stabilita all’epoca del Concilio di Trento, quando fu sancita la dottrina della presenza reale del Cristo, della messa come sacrificio e la concezione della consacrazione dell’ostia. Così Bernardino conciliò e accontentò sia l’adorazione solare dei pagani che l’adorazione dei cristiani. Al termine delle sue trascinanti prediche soleva mostrare una tavoletta contornata da un cerchio di raggi fiammeggianti, con al centro incise in oro le lettere JHS (iniziali dell’espressione latina che significa Gesù Salvatore degli Uomini). E la con-sacrazione ( = dal-sacrificio) era un rituale presente in tutti i riti arcaici delle antiche religioni politeistiche, monoteistiche e anche dei riti pagani più lontani nel tempo. E, attraverso l’offerta sacrificale e la distribuzione ai presenti, la consacrazione era concepita come portatrice di speciali forze che andavano ad agire sui presenti sacrificanti e, per questo, chiamata “communio” (cioè dividere una cosa con altri – e la cena, il pasto o la semplice assunzione di un frammento dell’oggetto del sacrificio, era il rito per ricevere le speciali forze).

Quanto all’accostamento di Cristo al dio Sole Mithra (culto più antico dell’Antico Testamento di quasi 500 anni) fu abbastanza facile.

Giovanni nel Nuovo Testamento affermava “…in Lui era la vita e la vita era la Luce, la Luce che splende nelle tenebre, la Luce vera che illumina ogni uomo” (Giovanni 1,4-5 e 9).
Tertulliano che scrisse su quasi tutti i problemi che agitavano la Chiesa del tempo, e che coniò molti concetti che dovevano poi essere alla base della dottrina della Trinità e della cristologia, scriveva “…ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perché è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il Sole che sorge e che nel Giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dir il vero per una ragione del tutto diversa dall’adorazione del Sole” (Tertulliano, Ad Nationes I, 13). E Tertulliano con queste parole tornava all’Antico Testamento dove il Messia veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole. Isaia scriveva “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande Luce e su coloro che abitavano la terra tenebrosa una Luce rifulse” (Isaia 9,1). Altrettanto scriveva Malachia “Sorgerà con raggi benefici il Sole di giustizia” (Malachia. 3,20).

I simboli del Natale

L’abete e il vischio natalizi sono solo alcuni degli esempi più evidenti di un ricordo pagano ancora vivo e vegeto nell’inconscio collettivo.

L’albero di Natale, che non ha niente a che vedere con il cristianesimo, quindi con il Natale del Cristo, non è nemmeno un’invenzione recente, ma si collega a tradizioni e simbologie arcaiche, anche se la ripresa di questa usanza si ritrova per la prima volta nel 1539 in Germania a Strasburgo e diventa generale solo col XIX° secolo.

L’albero è un culto di tutte le religioni arcaiche: è l’albero cosmico della mitologia germanica (Yggdrasil) – e la tradizione odierna riparte proprio dai germani -, l’albero dei Veda (Asbvatta), l’albero della Vita che Dio stesso mette a dimora nel Paradiso (e da non confondersi con quello della conoscenza – Genesi II-27), è l’albero (babilonese) dei frutti, l’albero dove i popoli primitivi (in oriente rappresentava il risveglio della natura) osservarono, proprio alla rinascita del sole solstiziale, le gemme, il mistero della cui crescita ne ha fatto – nella fantasia delle varie religioni – il simbolo portatore della vita in genere.

La pianta del Vischio, che è un parassita che affonda le radici nella “altrui scorza” e non tocca terra, veniva anche detta presso i popoli nordici la “scopa del fulmine”, immaginando che tale pianta nascesse quando una folgore colpiva l’albero. E poiché la ritenevano un’emanazione divina, e, comunque, pianta magica e curativa tanto che veniva chiamata “la medicina che cura tutti i mali”, i Druidi la tagliavano rispettosamente con un falcetto d’oro.

E se il vischio oggigiorno rappresenta la sacralità del Natale e la ritualità del Capodanno, l’usanza di abbracciarsi sotto un ramo di vischio, è nata nell’antica Britannia intorno al secondo secolo a.C., tra i Druidi, i quali celebravano l’inizio dell’inverno raccogliendo e bruciando il vischio in onore dei propri dei. Rami di questa pianta, venivano poi appesi in casa per garantire un anno di fortuna e di armonia familiare. Gli ospiti che entravano in una casa si abbracciavano sotto questo ramo di buon auspicio. E queste usanze sono giunte quasi intatte fino a noi.

E in proposito al legame tra il vischio e i sacerdoti Druidi, così racconta Plinio il Vecchio: «Non si deve trascurare la considerazione in cui è tenuto il vischio nelle Gallie. I Druidi – così i Galli chiamano i loro maghi – credono che non vi sia nulla di più sacro del vischio e dell’albero su cui nasce, purché sia una quercia. Del resto a causa delle qualità che attribuiscono a questo albero, considerano sacri di boschi di quercia e non celebrano cerimonie se non sono incoronati di fronte ad una quercia. Pare anzi che il loro nome derivi da quello greco di questo albero. Difatti essi credono che tutto ciò che nasce su una quercia sia stato inviato dal cielo e sia segno del fatto che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Il vischio, del resto, lo si trova di rado e, una volta trovato, lo si raccoglie con grande cura, secondo un rituale preciso, nella sesta notte dopo il novilunio, data che, per loro, segna l’inizio del mese. Nella loro lingua poi, lo designano con un vocabolo che significa “ciò che tutto guarisce”. Secondo il rito conducono, sotto l’albero, due tori di color bianco alle cui corna si pongono legami allora per la prima volta. Poi il sacerdote, vestito di una veste candida, sale sull’albero, stacca il vischio con un falcetto d’oro e lo ripone in un panno candido. Infine immolano le vittime e pregano il dio di rendere propizio il dono. Credono che un decotto di vischio doni la fecondità a qualunque animale sterile e sia un rimedio contro tutti i veleni».

(Fonte: dalla rete)

 
Leave a comment

Pubblicato da su 24 dicembre 2011 in gian

 

Etichette: , , , , ,

L’Universo, l’Energia e la compensazione Lunare

L’universo e l’energia

Da diversi anni si parla, spesso a sproposito e con molta superficialità, di energia creando non poca confusione e purtroppo infondendo molte speranze in chi non gode più perfetta salute.

Si é constatato che un’alta percentuale di persone non ha ben compreso il vero e reale concetto di energia, tanto che molte di esse si recano in India sperando di ritrovare quella pace interiore perduta, attraverso filosofie del lontano Oriente ed in energie che considerano sconosciute a noi occidentali.

In realtà personaggi quali Aristotele, Eraclito, Talete, Anassimandro, Empedocle, Pitagora, lppocrate, per citare la Grecia antica, ma pure Paracelso, nel medio evo, Mesmer, per giungere ai tempi moderni, hanno esposto il concetto di energia, proponendolo non come concetto filosofico, ma come un fatto reale, fisicamente dimostrabile ed accettato in parte dalla scienza ufficiale.

Pertanto si é ritenuto utile ed opportuno cercare di fare una sintetica cronistoria dei concetto di energia, orientale ed occidentale, dei secoli che ci hanno preceduti.

Possiamo concepire che elettricità e magnetismo, così come tutte le altre forme di energia riconosciute, siano forme di espressioni di energia vitale; una forza naturale che in ultima analisi é ciò che noi definiamo totalità di una visione complessiva dell’universo.

Questa visione complessiva é un campo universale di vibrazioni che crea armonia, ordine di integrazione: é pertanto un principio fondamentale di organizzazione dell’universo che si manifesta come anima nell’ambito spirituale e come sentimento o amore nel campo emozionale. Del resto l’anima viene spesso descritta come l’aspetto spirituale di questa totalità ed il suo agire come spirito nel nostro universo. Tutti questi concetti si basano su un’interpretazione di energia, cosicché lo spirito di una persona o di altre entità viene inteso come energia di una determinante e caratteristica frequenza vibrazionale. Infatti, in quasi tutte le culture degli antichi, ma anche nei tempi moderni, vi é il concetto di una forza universale che compenetra e pone in movimento tutte le cose.

I popoli preistorici pensavano che l’energia vitale dipendesse fortemente dal rapporto con gli elementi della natura, come il sole, la luna, il vento, l’acqua, ecc. e molti di questi aspetti della natura furono considerati, secondo la specie dei loro effetti, degli dei o demoni, i quali avevano un grande significato per la salute, per l’alimentazione, per i raccolti e per la stessa sopravvivenza.

Gli egiziani credettero in una originaria totalità o unità totalitaria che chiamavano Nun e che aveva effetto sulle energie cosmiche di nome Neterív, e quando lo stesso Nun volle darsi una definizione, originò il termine Atum, che significa l’UNO, il creatore di tutte le cose.

Secondo quanto tramandato dagli egiziani i movimenti della energia furono spiegati con il principio della polarità: così Osiris (il Nilo) fertilizzava lsis (la terra) originando cosí la vita. Le stesse piramidi erano poste dagli egiziani le in relazione con l’energia universale.

Pure il serpente, e non solo secondo gli egiziani, ma presso molte altre culture, era ed é il simbolo dell’energia vitale, in quanto ha la capacità di adattamento alle attività, mobilità e versatilità della stessa e che riunisce in sé la forza del bene e del male. Un serpente attorcigliato in un cerchio e che si morde la coda era la raffigurazione dell’unità totalitaria. Una delle più antiche testimonianze per la sistematica ricerca ed impiego dell’energia proviene dal lontano Oriente e soprattutto dalla Cina. I cinesi più antichi definivano l’energia vitale Ch’i (in Giappone Ki , in Korea Gi) come responsabile sia del funzionamento dei nostro corpo come del movimento degli astri. Ch’i é presente in tutto, anche nei movimenti che noi osserviamo nella natura, quali per esempio il vento. L’onnipresente corrente dell’energia in ogni forma e processo possiede due aspetti che si completano nel cielo e nella terra, e che nell’apparente opposizione originano ciò che noi definiamo armonia.

Uno di questi aspetti Yin sta per una qualità energetica che é associata con la luna, la terra, la notte, l’acqua, il freddo, la carica negativa, femminilità e movimento centripetale e che viene espresso con il simbolo X.

L’altro aspetto, Yang, l’analogia/conformitá, sta per sole, cielo, giorno, fuoco, secchezza, luce, carica positiva, mascolinità e forza centrifuga, e viene espresso con il simbolo Y.

Yin e Yang sono le due parti di una unità totalitaria e nessuno dei due aspetti può esistere senza l’altro.

Quanto detto si può biologicamente constatare se si considera che l’uomo e la donna possiedono sì ormoni del proprio sesso, ma pure, anche se in parti minime, quelli dell’altro sesso.

La compensazione lunare

Il tema del femminile lunare ha tracciato la storia mitologica e religiosa delle prime comunità complesse delineando simboli, rappresentazioni, raffigurazioni. Per l’uomo primitivo la luna era «simbolo dell’essenza genuina della donna nel suo contrasto con l’essenza dell’uomo».

La dualità luna-sole ha permesso di codificare i due aspetti della personalità umana: il maschile ed il femminile, l’Eros e il Logos, dove Eros rappresenta il principio di relazione psichica che guida la personalità conscia della donna, mentre nell’uomo è l’inconscio ad essere collegato con l’Eros ed il conscio segue la regola del Logos.
Similmente nelle culture orientali la dualità cosmica degli eventi viene espressa dall’alternanza ciclica dei due principi complementari formanti e discendenti dall’unità primigenia, principi di Yin e Yang per l’antica Cina, Ida e Pingala per l’India e così via.

Il principio femminile «si rivela come una forza cieca, feconda e crudele, creativa e piena di tenerezza, e distruttrice».

Nella nostra cultura occidentale il principio femminile è stato messo da parte, tanto che la nostra concezione del femminile è frutto di stereotipi culturali nati in seno ad una civiltà patriarcale che vede nel maschio forza e superiorità, e nella donna debolezza e inferiorità.

Le dee lunari, quasi a compensare tale lacuna, hanno costellato l’immaginario mitico-religioso delle culture indo-europee: da Cibele ad Astarte, Artemide, Ishtar, Iside, così come la Grande Madre (nel binomio luna-terra l’una generatrice, l’altra nutrice) è comune. Come archetipo collettivo esse rappresentano la duplicità degli aspetti: generazione-distruzione, nascita-morte, maternità-sessualità, sterilità-fecondità che si manifestano in un ciclico paradossale movimento.

Il tema del movimento ciclico non poteva non essere predominante nelle culture strettamente legate alla terra e alla sopravvivenza mediante un contatto stretto con la Natura in quanto Nutrice Cosmica. Da tale immagine scaturisce il calendario vitale legato al ritmo temporale di stagioni, mesi, settimane, ore: tutto riproduce in scala il macrocosmo nel microcosmo, tutta la vita viene racchiusa in un movimento spiraloide che nel suo ritorno al punto di partenza riproduce gli stessi eventi, ma connotati dalla diversità evolutiva dell’essere in un nuovo stadio ritualizzante i precedenti.

Il ciclico e costante rivivere gli stessi momenti topici di generazione-espansione-ritiro-distruzione, per ricominciare poi in un nuovo ciclo rigenerativo, dona ai membri della comunità la consapevolezza del ritorno del fertile dopo lo sterile, ma anche del bisogno di rendere solidale con la comunità la fase sterile, perché possa riportare frutto.

In tale contesto il calendario lunare è la migliore rappresentazione, il migliore punto di riferimento; e, nel gioco delle associazioni simboliche dal macro al microcosmo, la donna ne è la rappresentazione al livello umano.
Il legame luna-donna appare dunque evidente soprattutto in relazione al mistero del ciclo mestruale, del sangue che sgorga da nessuna ferita e che si manifesta e si ripresenta ogni ventotto giorni, esattamente come la luna.
Ma questa connessione è ancora più manifesta nel secondo mistero femminile: la gestazione e il parto, dove la donna si gonfia (esattamente come la luna) e genera una nuova vita umana.

La donna è portatrice dell’unico sangue capace di purificare, di rigenerare spontaneamente l’individuo ma anche la collettività.
Come un organismo unico, essa si muove storicamente e culturalmente con l’obbiettivo della sopravvivenza della propria specie, del proprio popolo. Pertanto ogni evento va necessariamente ricondotto in quel ciclo spiraloide di nascite e morti, di ritualizzazioni dei gesti creativi degli antenati o degli dei: il tutto per assicurare al collettivo nuova vita, rinascita, trasformazione della morte in qualcosa di eternamente riutilizzabile.
Diveniva dunque necessario creare un apparato rituale sufficiente a garantire che la sessualità fosse uno strumento utile alla comunità e non foriero di conflittualità interne.
Tale apparato rituale comporta momenti di iniziazione strettamente femminili, che assimilano i due misteri legati al sangue e li inseriscono in modo costruttivo all’interno del contesto collettivo: nulla è lasciato al caso.

In tutte le popolazioni la donna attraversava la sua iniziazione al femminile mediante percorsi universalmente simili: l’isolamento, il non toccare cibi o esseri in via di fermento-crescita, il non toccare terra o guardare il cielo, non avvicinarsi agli uomini e via dicendo.
La donna “sospesa tra cielo e terra”, argomenta Frazer: e non potrebbe essere altrimenti, sia dal punto di vista fisico (come accade nella Nuova Irlanda, dove le fanciulle in età puberale sono rinchiuse in gabbie sospese) sia come simbologia.

Nelle fisiologia tradizionali il trinomio cielo-uomo-terra rappresenta la sintesi della lettura cosmica della posizione umana sita, a differenza delle altre specie viventi, tra l’aspetto spirituale (cielo) e quello materiale (terra), tra i morti (le forze degli antenati, degli spiriti, degli dei) e i vivi (abitanti del livello fisico delle complesse cosmogonie primitive). Ma la donna, nel suo momento del sangue, non è più appartenente alla terra e neppure al cielo: è sita nel mezzo, risiede tra i vivi e i morti, tra le forze materiali e quelle sottili, e proprio per questo ne è tramite.
Essa può in qualche modo mediare con le forze superiori per ottenere dei benefici collettivi. Perché questo avvenga è necessario ritualizzare e sacralizzare il momento.

(fonte: dalla rete)

Conclusioni

Da quanto finora espresso, tratto ovviamente da ricerche sulla rete in merito alla figura femminile nel contesto universale, emerge a mio parere l’importanza della Donna nella vita dell’Uomo. Mi spiego meglio: in un cammino che porta alla ricerca interiore e al miglioramento di se stessi in correlazione con l’intero Universo (Universo inteso anche come “verso l’Uno”, unicità in contrapposizione al dualismo) – Universo dove tutto si compensa, come già spiegato precedentemente – la completezza dell’Uomo necessita di questa parte lunare della donna. L’amore tra i due unisce quindi i due mondi, maschile e femminile, creando un unico Universo dove tutto è perfetto.

 
2 Comments

Pubblicato da su 4 dicembre 2011 in gian

 

Etichette: , , , ,

la magia di Halloween nel cuore dei bambini

Ricorre anche quest’anno la simpatica festa di Halloween, tanto attesa dai bambini come un secondo carnevale, occasione di divertimento dove non mancano maschere e dolciumi. Noto però, da qualche giorno, un eccessivo attacco da parte delle istituzioni religiose contro tale festa, accusandola addirittura di ritualità satanica, invitando quindi i genitori a cancellare questa festa dal calendario dei loro figli. Ho letto articoli che paragonavano il “dolcetto scherzetto” ad antichi sacrifici di bambini, considerando questi piccoli e deliziosi diavoletti, streghette, fantasmini e scheletrini come dei pericolosi messi di Satana!!! Ma non vi sembra signori preti che state un po’ esagerando?? non vi basta inibire la mente umana con inutili dogmi e continuare a far credere alla gente che bisogna soffrire ed essere poveri per andare in paradiso al solo scopo di arricchire le vostre casse? E poi mi risulta che i tanti casi di pedofilia degli ultimi tempi riguardino soprattutto la santa madre chiesa!!! Perché invece non insegnate i veri valori delle sacre scritture, che parlano di amore e fratellanza, come realmente faceva quel buon uomo di Gesù Cristo?

Con la polemica mi fermo qui, cercando come mio solito risposte concrete sulle antiche origini di questa simpatica festa.

le sue origini antichissime affondano nel più remoto passato delle tradizioni europee: viene fatta risalire a quando le popolazioni tribali usavano dividere l’anno in due parti in base alla transumanza del bestiame. Nel periodo fra ottobre e novembre, preparandosi la terra all’inverno, era necessario ricoverare il bestiame in luogo chiuso per garantirgli la sopravvivenza alla stagione fredda: è questo il periodo di Halloween.

In Europa la ricorrenza si diffuse con i Celti. Questo popolo festeggiava la fine dell’estate con Samhain, il loro Capodanno. In irlandese antico Samain significa infatti “fine dell’estate” (Sam, estate, e fuin, fine). A sera tutti i focolari domestici venivano spenti e riaccesi dai druidi che passavano di casa in casa con torce ravvivate presso il falò sacro situato a Tlachtga, vicino alla reale Collina di Tara.

Nella dimensione circolare-ciclica del tempo, caratteristica della cultura celtica, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale che non apparteneva né all’anno vecchio e neppure al nuovo; in quel momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi.

I Celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi, un’usanza, perelatro, sopravvisuta anche in aclune regione dell’Italia settentrionale. Da qui l’usanza del trick-or-treat (in italiano “dolcetto o scherzetto?”). Oltre a non temere gli spiriti dei defunti, i Celti non credevano nei demoni quanto piuttosto nelle fate e negli elfi, entrambe creature considerate però pericolose: le prime per un supposto risentimento verso gli esseri umani; i secondi per le estreme differenze che intercorrevano appunto rispetto all’uomo. Secondo la leggenda, nella notte di Samhain questi esseri erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini e questo ha portato alla nascita e al perpetuarsi di molte altre storie terrificanti.

Si ricollega forse a questo la tradizione odierna e più recente per cui i bambini, travestiti da streghe, zombie, fantasmi e vampiri, bussano alla porta urlando con tono minaccioso: “Dolcetto o scherzetto?”. Per allontanare la sfortuna, inoltre, è necessario bussare a 13 porte diverse. L’etimologia Halloween deriva da All Hallows Eve, che vuole dire Vigilia di Tutti i Santi festa che ricorre, appunto, il 1º novembre. Poiché la figura dei santi è tipicamente cristiana, quindi posteriore alla religione druidica, un altro etimo potrebbe essere All allows even, cioè la sera in cui tutto è permesso, inclusa la credenza che i defunti che escano dalle tombe per far visita ai vivi.

Con il dominio romano, Samhain fu assimilata all’equivalente celebrazione di Pomona, una festa del raccolto, cosicché uscì dai confini etnici sviluppandosi in diverse varianti. Dai Romani la festa fu chiamata Samonios.

Il Cristianesimo tentò di eliminare tutte le antiche festività pagane dando loro una connotazione diversa (integrandole o demonizzandole). Papa Bonifacio IV istituì la festa di Tutti i Santi (Ognissanti); in tale festività, istituita il 13 maggio 610 e celebrata ogni anno in quello stesso giorno, venivano onorati i cristiani uccisi in nome della fede. Per oltre due secoli le due festività procedettero affiancate, sino a che Papa Gregorio III ne fece coincidere le date, cancellando di fatto l’antica usanza celtica.

Secondo altre fonti, fu invece Sant’Odilone di Cluny che nel 1048 decise di spostare la celebrazione cattolica all’inizio di novembre al fine di spodestare il culto di Samhain, ancora molto popolare. Quell’anno l’Ognissanti fu spostata dal 13 maggio al 1 novembre per dare ai cristiani l’opportunità di ricordare tutti i santi e, il giorno dopo, tutti i cristiani defunti (Commemorazione dei Defunti).

Per questo nei paesi anglosassoni la festa divenne Hallowmas, che significa “messa in onore dei santi”; la vigilia divenne All Hallows Eve, il cui nome progressivamente si contrasse in Halloween. Dal 1630 al 1640 si ebbe una recrudescenza di proibizionismo, quando la Chiesa Cattolica fece in modo di far sopprimere ogni tradizione di tipo pagano rimasta legata a Ognissanti e alla sua vigilia.

Negli Stati Uniti le diverse tradizioni legate alla festa di Ognissanti confluirono, fino ad arrivare alle consuete moderne celebrazioni. Inizialmente era una festa regionale, le cui caratteristiche erano legate alle culture degli immigrati ed alla fede religiosa personale. Nell’Epoca Vittoriana furono gli strati più elevati della società ad impadronirsi della festa: era di moda, negli Stati Uniti, organizzare feste, soprattutto a scopo benefico, la notte del 31 ottobre. Era necessario eliminare i collegamenti con la morte ed amplificare i giochi e la parte scherzosa della festa.

Già nel 1910 le fabbriche statunitensi producevano tutta una serie di prodotti legati unicamente a questa festa. Prende in questo periodo la connotazione di notte degli scherzi o notte del diavolo, durante la quale ci si abbandonava all’anarchia ed erano ricorrenti gli atti di vandalismo, fino al punto da ritenere opportuno l’annullamento della festività. Con la Seconda guerra mondiale si fece leva sul patriottismo americano e la festa servì a tenere alto il morale delle truppe ed il vandalismo degli scherzi di peggiore specie venne eliminato.

Terminato il conflitto mondiale i bambini si impossessarono della festa, anche grazie alle aziende, che dedicarono a loro tutta una serie di costumi, dolci e gadget trasformando la festa in un affare commerciale. Nella nota serie I Simpson, molte puntate, una per stagione televisiva, sono dedicate ad Halloween, sotto il nome (in italiano) di La paura fa novanta.

È usanza ad Halloween intagliare dei zucche con volti minacciosi e porvi una candela accesa all’interno. Questa usanza nasce dall’idea che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con sé i vivi (in realtà questi fuochi sono i fuochi fatui, causati dalla materia in decomposizione sulle sponde delle paludi); è bene quindi che i vivi si muniscano di una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti. Queste credenze sono probabilmente reminescenze dell’antico culto druidico legato al fuoco sacro.

Questa usanza fa riferimento anche alle streghe, che venivano bruciate sui roghi o impiccate; infatti, si pensava che queste vagassero nell’oscurità della notte per rivendicare la loro morte (abbigliate in maniera più o meno orrenda) ed approfittassero del maggior potere loro conferito durante la notte di Halloween.

Vi è anche una leggenda britannica che narra di un ragazzo, “Jack”, che compiva atti malvagi sulla terra e più di una volta aveva fatto gli scherzi al Diavolo, così, quando morì, diventò un fantasma che vaga con una lanterna ricavata da una zucca illuminata (Jack o’lantern, “Jack della Lanterna”). (da wikipedia)

Esorto quindi voi tutti a divertirsi in questi magici giorni, esprimendo felicità e gioia vincendo ogni sottimissione mentale che pur di plagiare l’uomo è disposta a togliere anche le occasioni di gioco ad esseri indifesi come i nostri bambini……. Happy Halloween :-) :-) :-)

Gian ;-)

 
Leave a comment

Pubblicato da su 28 ottobre 2011 in gian

 

Etichette: , , , ,

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 44 other followers